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IL
DONO
DI
NATALE
di
Grazia
Deledda
Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine
e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di
selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il
corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca.
Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella,
come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all'esile e delicata
figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un
ragazzo, buono e timido, quanto per l'uomo che lo accompagnava. Quest'uomo era
il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e
robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le
uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto
per l'indipendenza d'Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve
poi passarli in rivista.
E rimasero tutti scambievolmente contenti.
Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo
petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere
come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata
gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il
bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d'oro.
Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere
la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava
loro il bicchiere colmo.
L'ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e
curiosità, s'intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un
occhio.
Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti
risposero in coro.
Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio
era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il
fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto.
Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti
d'occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.
Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.
Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò
le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il
manico fermo a terra.
- La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini - disse a Felle: - anch'essi
hanno diritto di godersi la festa.
Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel
cortile.


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Signore
fa che amiamo il silenzio.
Nel
silenzio è più facile capire noi stessi,
vedere
il giusto valore delle cose,
coltivare
ideali grandi.
Nel
silenzio è più facile essere attenti ai nostri fratelli,
a
ciò che passa nel loro cuore di pena e di gioia.
Nel
silenzio è più facile sentire la tua voce che ci chiama.
O
Signore, tu che hai parlato a Elia
nella
solitudine della montagna,
e
ti rivolgi anche a noi
soprattutto
nel raccoglimento,
fa
che amiamo il silenzio
e
che siamo capaci di farlo dentro e fuori di noi,
per
essere disponibili per te.

OLTRE
LA MEMORIA
Oltre
la memoria del tempo che ho vissuto,
oltre la speranza che serve al mio domani,
oltre il desiderio di vivere il presente
anch’io - confesso - ho chiesto che cosa è verità?
E tu come un desiderio che non ha memorie,
Padre buono, come una speranza
che
non ha confini, come un tempo eterno sei per me.
Io so quanto amore chiede questa lunga attesa
del tuo giorno, o Dio; luce in ogni cosa io non vedo
ancora: ma la tua parola mi rischiarerà
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