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IL
DONO
DI
NATALE
di
Grazia
Deledda
La notte era gelida ma calma, e d'un tratto pareva che il paese tutto si fosse
destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle
campane, si sentivano canti e grida.
Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine
ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate
aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso.
All'entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli
scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era
quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta
di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose
con impazienza:
- La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa.
Vattene.
Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c'erano misteri né dolori: tutto
era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando
viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po' triste, pensando
alla festa strana della casa dei vicini.
Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla
pietra del focolare.
- Oh, ragazzi, su, in fila.
E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per
badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire
la carne del porchetto.
I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia,
andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano
da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori
fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare
tutti alla messa.
Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi,
intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto
le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi
capelli, freschi di quell'aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava
alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa
riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla,
nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di
portarselo a casa sua.
Dentro la chiesa continuava l'illusione della primavera: l'altare era tutto
adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri
brillavano tra le fronde e l'ombra di queste si disegnavano sulle pareti come
sui muri di un giardino.
In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e
rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa
d'oro illuminava loro la via.
Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni
per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a
Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi
per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose;
pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.
Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.
- Gloria, gloria - cantavano i preti sull'altare: e il popolo rispondeva:
- Gloria a Dio nel più alto dei cieli.
E pace in terra agli uomini di buona volontà.
Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore
era il più bel dono che Gesù gli mandava.
All'uscita di chiesa sentì un po' freddo, perché era stato sempre
inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava.
Nel sentire l'odore d'arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un
cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la
mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva
steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie
attorno. E, secondo l'uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del
cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di
buccia d'arancio, perché l'anima del marito, se mai tornava in questo mondo,
avesse da sfamarsi.
Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un'asse
della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora
verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era
silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.
...continua
domani...

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“I
ciechi vedono... gli zoppi camminano”
questi
sono i segni che ci permettono
di
riconoscere il Messia che viene.
Egli
è venuto,
ha
rimesso in piedi gli uomini,
ha
aperto gli occhi
e
noi non dobbiamo cercare di chiuderli.
Aprire
gli occhi per vedere la
miseria
e
la sofferenza degli uomini,
ma
aprire gli occhi anche per vedere
tutto
il bene e l’amore che sta germinando
attraverso
coloro che seguono
lo
Spirito del Signore.
Questi
non fanno rumore
e
non sono mai in prima pagina.
Queste
persone però
ci
permettono di credere nell’umanità,
e
nella costruzione di un mondo diverso.

PAROLE DI VITA
Parole di vita abbiamo ascoltato,
e
gesti d’amore vedemmo tra noi.
La
nostra speranza è un pane spezzato,
la
nostra certezza l’amore di Dio.
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